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La banda di via Osoppo: la rapina milanese degli anni Cinquanta

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La banda di via Osoppo: la rapina milanese degli anni Cinquanta
La banda di via Osoppo: la rapina milanese degli anni Cinquanta

Milano fine anni ’50: la banda di via Osoppo colpisce la città.

Milano negli anni ’60 era una città in fermento. Sviluppo economico e idee facevano di Milano la città fulcro dell’interno paese. Il momento positivo della città fu interrotto da una rapina che tutti seguirono con interesse. Si tratta della rapina della banda di via Osoppo. La rapina fu fatta contro un furgone portavalori che passava per la via.

Il colpo

Si può dire che la rapina della banda di via Osoppo è stato il capolavoro delle rapine motorizzate. Prese forma la mattina del 27 febbraio 1958. Era un giovedì, e il furgone blindato della Banca Popolare di Milano aveva appena imboccato la via Osoppo. Aveva fatto il giro consuetudinario e veniva svolto tri settimanalmente. Il furgone era partito verso le 9 dalla sede centrale di piazza Meda. Aveva già scaricato parte del suo ricco contenuto in altre agenzie cittadine. Il portavalori era guidato da un autista accompagnato da un commesso, entrambi dipendenti dell’istituto di credito. Sul sedile posteriore sedeva invece un agente di PS, appositamente “prestato” per questi servizi di vigilanza armata ai carichi preziosi. Sulle sue ginocchia, un mitra rassicurante. Poco prima dell’angolo con la via Caccialepori l’agguerrita banda di rapinatori, equipaggiata con ben quattro veicoli attendeva di entrare in azione. Uno dei rapinatori, a riprova della tranquillità e freddezza, nell’attesa era sceso dal suo mezzo per comperarsi un etto di taleggio e due panini. La dinamica del colpo, anche se apparentemente complessa, si svolse ordinatamente e nell’arco di pochi minuti.

La dinamica

Come avvenne? La rapina della banda di via Osoppo venne fatta con una Fiat 1400 color caffellatte. Tagliò bruscamente la strada, scavalcò malamente lo spartitraffico centrale e si schiantò contro il muro del palazzo contrassegnato dal civico numero 7.
Gli addetti al prezioso carico ebbero comprensibilmente un attimo di smarrimento. Per pochi secondi rimasero forse fermi a guardare. L’autista del blindato rimise bruscamente in moto per allontanarsi dalla zona, ma dalla sua sinistra sopraggiunse a forte velocità un camion OM Leoncino colore grigio.
L’urto fu tale da impedire al blindato qualsiasi tentativo di manovra. In un attimo il delinquente al volante balzò a terra e ruppe con una martellata il finestrino della portiera posteriore. Portò via il mitra dell’agente di Ps, rimasto tramortito dall’impatto e ferito da una scheggia di vetro. Poi si occupò dei dipendenti della banca, anche essi scesi in preda al terrore. Furono così sopraffatti e resi all’impotenza, mentre altri criminali sopraggiungevano a dar man forte. Gli abitanti delle case di via Osoppo dotati di telefono componevano il 777, i componenti della banda erano già pronti per darsi alla fuga, qualcuno sul furgone carico di refurtiva.

Le indagini

Il giorno dopo, l’entità del malloppo non era ancora sicura. Si parlava di cifre oscillanti tra i 30 e i 70 milioni di lire. Il dottor Fontana dell’Interpol sottolineava l’incredibile somiglianza con le tecniche internazionali, importate direttamente dagli USA. Apparve subito chiaro che si trattava di una banda esperta guidata da un criminale alquanto preparato e scientifico. Montò poi una spinosa polemica: l’insufficienza delle scorte ai furgoni delle banche, e il loro eccessivamente prevedibile giro centro-periferia. Si suggerì che in futuro i furgoni blindati venissero scortati da un’auto di agenti armati.
L’ex capo dell’Interpol auspicava addirittura che il Parlamento adottasse una legge che autorizzasse a sparare a vista sui banditi intenti ad effettuare assalti armati. Nella giornata saltò fuori anche un curioso particolare: la mattina della rapina, un venditore ambulante di Baggio aveva visto qualcosa. attorno ad un’auto e un camion, un gruppo di persone indaffarate a vestirsi con tute da lavoro.
Finalmente, domenica 2 marzo, il Corriere uscì con un bel disegno (“ritratto parlato”) che avrebbe dovuto corrispondere all’identikit del rapinatore sprovveduto entrato a comprare da mangiare.

Com’è finita?

Da questo momento, iniziarono a circolare varie ipotesi e vari sospettati furono fermati ma poi sempre rilasciati.
Gli sforzi dei primi giorni si incentrarono su una banda francese, che l’anno precedente aveva assaltato il Credit Lyonnais.
Il 6 marzo i cittadini vennero a sapere che le tute usate per la rapina erano state trovate nell’Olona (interessato dai lavori di copertura e quindi prosciugato) all’altezza del numero 9 di via Roncaglia, e che le etichette delle stesse rimandavano ad una ditta tessile di Modena. Venne dunque ascoltato il titolare della ditta modenese, il quale si ricordò di aver venduto pochi giorni prima del colpo una partita di tute da operaio ad un ragazzo italiano, di cui non sapeva il nome.
Il 17 marzo, due importanti novità: forse non essendo chiara la loro posizione, vennero fermati per accertamenti sia l’autista che il commesso della BPM; ma dopo cinque giorni nulla emerge a loro carico.

Gli arresti

1° aprile, Milano e l’Italia appresero: “Arrestati e confessi i protagonisti della della banda di via Osoppo.  Il commissario capo Paolo Zamparelli poteva essere orgoglioso del risultato raggiunto, e difatti fu visto dalla stampa come l’eroe buono che risolse il caso. All’epoca quarantasettenne, dirigeva la squadra mobile di Milano da ben 14 anni. A lui si era affiancato nelle indagini il commissario Nardone, che aveva già partecipato alle indagini nell’efferato caso del massacro di Rina Fort, del 1947. Con le manette ai polsi si ritrovarono dunque Ugo Ciappina, Luciano De Maria, Arnaldo G., detto Jess il bandito. e poi: Ferdinando R. detto Nando il terrone, Arnaldo B., Enrico C. detto il droghiere. infine c’era anche Eros C., ex pugile e ladro d’auto, n

Epilogo

Nell’ottobre dello stesso anno iniziò il processo a carico dell’intera banda e di alcuni fiancheggiatori. La sentenza di condanna arrivò alla una e trenta del 12 novembre. Persino la programmazione televisiva, che all’epoca terminava alle 22, prorogò la trasmissione per poter dare la notizia all’Italia intera. Tutti furono ovviamente condannati a svariati anni di carcere, dovendosi tener conto, oltre alla rapina di via Osoppo, dei precedenti penali di ciascuno

(photo credit: ArchiviFarabola)

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