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La storia di Antonio Boggia, ultimo condannato a morte di Milano

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La storia di Antonio Boggia, ultimo condannato a morte di Milano
La storia di Antonio Boggia, ultimo condannato a morte di Milano

Non tutti i milanesi conoscono la macabra vicenda di via Bagnera e Antonio Boggia, ultimo condannato a morte di Milano . Ecco un resoconto degli angoscianti fatti che portarono al triste epilogo.

 

Uno degli angoli più bui di Milano

In via Bagnera il tempo sembra essersi fermato. Ci troviamo nella strada più stretta di Milano, nota per l’appunto con il nome di “stretta Bagnera”. La pavimentazione ottocentesca e i palazzi che l’affiancano riportano alla mente il turbolento periodo risorgimentale e l’atmosfera della Vecchia Milano. O perlomeno il suo lato più macabro e inquietante. Qui ebbero luogo le rocambolesche e angoscianti vicende di Antonio Boggia, ultimo condannato a morte di Milano , considerato anche il primo serial killer italiano.

 

La vita del Boggia

Nacque nel 1799 a Urio, un paesino che si affaccia sul lago di Como. A venticinque anni i primi problemi con la giustizia, di carattere finanziario. Seguono in pochi anni accuse per truffa e violenze di vario genere in Piemonte. Dopo un breve periodo passato in carcere Boggia riesce ad evadere e a fuggire in Lombardia. Qui giungerà nel 1831, sposandosi e trovando un lavoro onesto a Milano come muratore capomastro. Apparentemente dedito unicamente a casa, lavoro e chiesa, in realtà l’uomo non era certo di tempra amabile.

 

Gli omicidi

La pace infatti non fa per il Boggia, che alla fine degli anni Quaranta abbandonerà la retta via per abbracciare nuovamente quella del crimine. Stavolta si tratta di omicidi veri e propri, e della peggior specie. In particolare, tutti gli assassinii portati a compimento da Boggia hanno un minimo comune denominatore.

I delitti di via Bagnera

Ciò che gli interessava più di qualunque altra cosa era infatti il denaro. Tutte le vittime erano sapientemente scelte in base a criteri strettamente venali. La prima è Angelo Ribbone, ex dipendente del Boggia. Il malcapitato aveva poco saggiamente deciso di parlare al suo superiore della piccola fortuna che era riuscito a mettere da parte in vista delle sue prossime nozze. La somma ammontava a un totale di un migliaio di svanziche, cifra notevole per l’epoca.

Boggia era pronto a uccidere per prenderne possesso, e così fece. Il giovane Angelo venne atterrato con un unico colpo d’accetta. L’assassino divise il corpo esanime della vittima in tre pezzi, per poi seppellirlo nella prima buca scavata nella cantina del suo laboratorio in via Bagnera.

Ma questo era solo l’inizio per Antonio Boggia, che continuò la scia di sangue uccidendo chiunque potesse con la propria morte incrementare la sua ricchezza. Così, nel 1850 fu il turno di Giuseppe Marchesotti, mediatore d’affari in possesso di ben 4.000 svanziche. La seconda vittima venne uccisa e seppellita con le stesse modalità della prima.

Siamo così arrivati all’ultimo assassinato di via Bagnera, l’artigiano Pietro Meazza, ucciso nel 1851. I corpi seppelliti nella cantina di via Bagnera a questo punto sono tre. I cadaveri verranno ritrovati soltanto parecchi anni più tardi, durante le indagini capitanate dal giudice Cesare Crivelli.

Il quarto omicidio

In questo lasso di tempo il Boggia riuscirà a mietere un’altra vittima. Stavolta di tratta di una donna, Ester Maria Perrocchio, un’anziana piuttosto eccentrica. Ester era la proprietaria del palazzo di via Santa Marta 10, dove Antonio viveva con la sua famiglia.

La sentenza

Senza gli stratagemmi ideati dallo scaltro giudice Crivelli probabilmente lo spietato serial killer di via Bagnera l’avrebbe fatta franca, ma così non fu. Nel 1861 Antonio Boggia fu condannato alla pena capitale, e venne impiccato l’8 aprile dell’anno seguente nei pressi di Porta Ludovica e Porta Vigentina. I boia provenivano da Torino e Parma, in quanto a Milano non ve ne erano più da molto tempo.

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