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Il caso Gian Giacomo Mora: la storia della Colonna Infame a Milano

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Gian Giacomo Mora
Gian Giacomo Mora

All’angolo tra il Corso di Porta Ticinese e via Gian Giacomo Mora, quasi davanti alle Colonne di San Lorenzo, si trova uno dei luoghi che ricorda uno dei periodi più bui di Milano.

 

La storia

Tra le epidemie di peste che flagellarono l’Europa, la più conosciuta è sicuramente la Peste di Milano del 1630. Un incubo senza fine che si propagava a macchia d’olio. Le persone contagiate morivano nel giro di pochi giorni e nei mesi estivi si contarono quasi 200 decessi al giorno. Non si sapeva né chi né cosa provocasse queste morti e, ovviamente, non c’erano cure efficaci. A Milano iniziò a diffondersi la voce che dei loschi personaggi andassero in giro per la città a ungere i luoghi di maggior passaggio con un unguento giallastro. Iniziò a diffondersi la voce che fossero spie di una potenza straniera che volevano annientare il ducato di Milano attraverso la diffusione della peste. Li chiamarono “untori”. E iniziò così una feroce e assurda “caccia alle streghe”, in cui la paura fece diventare ciechi e sordi tutti i cittadini.

 

Il caso Gian Giacomo Mora

La mattina del 21 giugno 1630 venne trovata traccia di un unguento giallastro in molti punti del Corso di Porta Ticinese e del vicino Carrobbio. Venne accusato lo stesso commissario della Sanità, Guglielmo Piazza, che si trovava lì per fare dei sopralluoghi. Dopo 5 giorni di torture confessò di avere sparso l’unguento datogli da un barbiere del Ticinese: Gian Giacomo Mora. Il povero malcapitato fu subito arrestato. Estortagli la confessione con le torture, il Senato Milanese mandò lui e il Piazza sul patibolo, in quella che è oggi Piazza Vetra. Quello era infatti il luogo deputato alle esecuzioni capitali per i cittadini comuni. I nobili, invece, avevano il “privilegio” di essere giustiziati nella piazza dei Mercanti, e a loro veniva riservata la mannaia invece che l’impiccagione.

 

La Colonna Infame

La condanna dei due presunti untori doveva essere un monito per tutti. Venne quindi eseguita nei modi più atroci, il Senato, inoltre, ordinò che la casa del Mora venisse rasa al suolo dalle fondamenta. Al suo posto fu innalzata una colonna di granito con un globo in pietra sulla cima. La Colonna Infame avrebbe dovuto ricordare a tutti l’infamia del Mora, ritenuto colpevole di produrre il pestilenziale unguento. Sul muro della casa di fronte venne invece messa una lapide, affinchè nessuno dimenticasse il monito. Non fu di certo la morte dei malcapitati a fermare il dilagare della peste, ma piuttosto le rigide temperature invernali.

 

L’intervento del governo austriaco

Sull finire del Settecento il racconto di questa triste storia e dell’eclatante errore giudiziario giunse fino a Vienna. Milano a quell’ epoca era soggetta al dominio austriaco, il quale si ripromise di intervenire. Quella colonna non sarebbe più stata simbolo di infamia per i condannati, ma simbolo di giustizia cittadina. Per il Senato milanese, però, rimuovere colonna e targa significava ammettere di avere sbagliato. Iniziò così un lungo braccio di ferro, che fu vinto dagli austriaci con un abile stratagemma. La legge vietava il restauro dei monumenti d’infamia, bastò quindi danneggiare la base della colonna per richiederne l’abbattimento. E nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1778 il triste monumento venne abbattuto.

 

Al giorno d’oggi

La lapide si trova oggi nel cortile della Rocchetta, del Castello Sforzesco di Milano. Quasi nessuno oggi ne conserverebbe memoria se non fosse per una scultura seminascosta. La targa che recita: “Qui sorgeva un tempo la casa di Gian Giacomo Mora, ingiustamente torturato e condannato a morte come untore durante la pestilenza del 1630”. La scultura, realizzata dal Menegon nel 2005, con un gioco di pieni e vuoti raffigura una colonna che è andata a sostituire il tragico ricordo storico della Colonna Infame.

credits: corrieremilano

@Clelia Mumolo

 

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